Eschedaprile andrà in vacanza per due settimane. Mi dispiace che questo accada ma per cause di forza maggiore non ce la farò a pubblicare alcunché sino a domenica 27. Il motivo è presto spiegato. Mi trovo a seguire il Giro d’Italia, ho iniziato un’avventura che non mi terrà occupato a tempo pieno sino a quella data. Nel frattempo voglio segnalarvi questo blog, giroinseconda.wordpress.com: Giroinseconda sarà il racconto di questa esperienza. Se vi va di leggerlo e seguirlo, troverete ogni giorno qualcosa di nuovo, storie d’Italia in bicicletta. Spero di ritorovarvi quando Eschedaprile ripartirà.
A presto
Nota di servizio
Punto e a capo – parte seconda
Mi alzai dalla scrivania e me ne andai al cesso. Ero già stanco di stare in redazione. Ed erano solo le tre del pomeriggio. Decisi di tagliare la corda. Buttai giù trenta righe senza capo né coda e filai fuori in strada ad annusare il puzzo delle auto. Una grappa, avevo bisogno di una grappa. E di una birra, per dissetarmi subito dopo.
Presi la metro e ritornai verso casa. Ma il vagone era infernale, zeppo di gente, di caldo e di umidità. Scesi subito, infilandomi per le vie ritorte della città vecchia. Entrai al primo bar.
“Una grappa e una birra”. Le scolai in successione. Stavo meglio, adesso avevo bisogno di una passeggiata ristoratrice. Dovevo caricare le batterie e camminare mi faceva bene. Uscì accendendomi una sigaretta e non appena i miei occhi si alzarono sulla strada me la trovai davanti. I suoi occhi questa volta erano spaventati. Mi guardava e stava ferma, zitta, immobile. Le chiesi di seguirmi. Lo fece senza esitare. Arrivammo in un parchetto nelle vicinanze. Le chiesi perché tanta paura, ma lei non rispose. Le tremavano le gambe. Il filo d’oro che portava attorno la caviglia destra traballava ipnoticamente. Quel filo d’oro l’avevo già visto. Un flash mi abbagliò la mente, uno sputo di ricordo annebbiò le mie certezze. Quella cavigliera vicino alla mia testa, la notte attorno, l’ebbrezza, un posto riparato, tranquillo. Avrebbe voluto gridare, ma una mano glielo impediva. Scalciava ma tutto era inutile. Io continuavo imperterrito a possederla, l’altro a terra era riverso e non avrebbe avuto modo di intervenire. Pivello. Abbattuto proprio nel momento migliore. Lei stravolta. Umiliata, distrutta. Proprio come ora. Noi due soli, proprio come allora.
“Ma perché non hai detto niente, perché non hai detto a nessuno cosa ho combinato?”, le chiesi.
I miei occhi esprimevano incredulità, imbarazzo, sdegno. Li vedevo riflessi nei suoi che si velavano di lacrime, che erano sul punto di scoppiare. Mi allontanai da lei, che non mi guardò, che mi ignorò com’era giusto che facesse. Mi alzai da quella panchina. I ricordi ora tornavano fluenti, scandivano i minuti della sera e cresceva con loro il ribrezzo verso me stesso. Cosa avevo fatto? Cosa avevo fatto? Continua a leggere »
Punto e a capo – prima parte
Il tempo era un aborto. Tirava un vento cane e nuvole gonfie di pioggia minacciavano un diluvio che avrebbe bagnato la città per giorni. Il mio umore era nero, la casa puzzava di chiuso e incuria, avevo bisogno di uscire, ma l’idea di potermi trovare sotto la bufera non mi eccitava per niente. Avevo però un disperato bisogno d’uscire. Era domenica, una dannata domenica di mezzo campionato. I bar pieni di gente chiassosa e incazzata per l’ennesima sconfitta. E c’era freddo, quel dannato vento e il mio umore nero come una buca sotto l’asfalto. L’odore dei mozziconi della sera prima rendeva l’atmosfera stantia e malata. Andai in cucina a farmi un tè. Mi feci largo tra piatti sporchi e bicchieri mezzi vuoti. L’acqua non bolliva e c’era poca speranza che ciò accadesse a breve. Mi infilai una giacca e aprii le imposte e le finestre. Fuori le chiome degli alberi danzavano avanti e indietro; era uno spettacolo rilassante, a suo modo. Sentii l’acqua bofonchiare. Rientrai in cucina e versai il tè, poi andai in salotto per berlo sprofondato nella poltrona. Nel taccuino che avevo davanti agli occhi era pieno di resoconti sommari delle idee che mi passavano per la testa. C’era il sole quel giorno, mica il freddo infame di adesso, c’era lo Scirocco a rendere torrida l’atmosfera, ma il mare era relativamente caldo e la sabbia ancora non si alzava a diventare nuvola. C’erano immagini che si sdoppiavano e si ricomponevano in pezzi sfusi e un’insana voglia di vagare senza meta e senza fine tra le onde. C’era la birra in frigo e un tramonto alle porte che avrebbe portato pace, oltre che zanzare. E una notte da esplorare, da estirpare alla noia del pomeriggio, dalle notizie di calciomercato e di disastri aerei. Il mare poi divenne oscuro e la nottata già iniziata, l’alcool e l’ebbrezza di un nuovo diversivo alla rabbia che avevo dentro. La sua faccia la vidi solo in un secondo momento, era già dolorante e un rivolo di sangue iniziava a segnare il suo volto ancora pallido, da vacanze iniziate da troppo poco tempo. Continua a leggere »
Il giovane uomo che contava i suoi anni
Il vento era forte, soffiava da est, alzando nubi di sabbia che oscuravano la vista del mare. Il giovane uomo che contava i suoi anni cercava di tenere gli occhi aperti. Con difficoltà vedeva e udiva lo sciabordare delle onde sugli scogli del piccolo molo buono solo a proteggere la spiaggia dall’avanzare del mare. Era inverno, ma un sole caldo cercava di insinuarsi tra le bordate del vento per rincuorare con il suo tepore i rigori stagionali. Il giovane uomo che contava i suoi anni iniziò a camminare, contro vento, come sempre sinora aveva fatto nella sua vita. Sentiva il peso degli eventi e delle responsabilità che tutti gli aveva affibiato, quasi che le sue spalle dovessero sorreggere tutto il peso del mondo e degli eventi. Sorrire e sentì i granelli che volavano verso la strada tintinnare sui denti. Pensò al suo mondo, alla sua terra lasciata in un sudamerica forse solo sognato. Il suono della chitarra, l’argentino suono di parole e canti e idee di rioluzione. Poi la vita che si era fatta ingombrante, i passi aggressivi alle sue spalle di fuggiasco, le paure di partenze e arrivi e la gioia per quel biglietto preso al volo, buono solo a fuggire, buono solo per un addio.
Poi il viaggio, l’Italia, una nuova vita, amori consumati su letti squallidi in una squallida periferia di casermoni e disperazione, poi la via del mare, ancora, ancora salvezza ed ebbrezza di una nuova storia.
Il giovane uomo che contava i suoi anni prese si lasciò alle spalle la nuvola di polvere e ritornò nel centro tranquillo di quella tranquilla città di mare. Nessuno attorno a lui, perché la gente si dimentica dei luoghi delle loro estati d’inverno, li lascia morire per poi farli rinascere quando il sole è caldo e i vestiti pesanti lasciano spazio a magliette e pantaloncini, a gonne corte e pelle scura. Il giovane uomo che contava i suoi anni era contento nella desolazione di quei posti perché odiava il casino dei turisti, il caos che lo distoglieva dai suoi pensieri di una realtà lontana e oltreoceano. Il giovane uomo che contava i suoi anni ora sta davanti al bancone del bar, cercando conforto in un amaro ristoratore. Paga il conto e riesce nel nulla esterno, cercando la via di casa, una casa solo supposta, lontana e incommensurabilmente estranea a ciò che lui continua a chiamare casa.
Rimanere
Dalla sommità del monte si poteva vedere tutta l’isola e nelle giornate serene anche più in là, la terraferma, il faro del porto. Sono sempre venuto quassù sin da quando ero bambino. A quell’epoca quest’isola mi sembrava enorme. Potevo spaziare con lo sguardo per chilometri e chilometri di costa. Al tempo al Culmine ci arrivavamo in bicicletta. La salita con i suoi tornanti erano territorio di conquista, dove le pedalate, sempre più dure e sempre più lente, decretavano successo e insuccesso, gloria o disfatta. Poi ci si riposava si guardava il mare e si fantasticavano storie di pirati oppure si giocava alla guerra o a palla o si continuava con la bici e ci si buttava giù per l’altro lato del monte, a cannone per la strada non asfaltata per fare cross, o almeno così lo chiamavamo all’epoca. Poi crescemmo e al Culmine ci si andava per altre cose; le ragazze, l’erba, il panorama notturno e un’atmosfera completamente diversa. A guerra non ci giocavamo più e anzi la detestavamo e i nostri discorsi erano di pace e amore. E venne infine il tempo che al Culmine non ci si andava proprio più. L’isola si svuotò. Qualcuno prese la strada del continente per rincorrere soldi, successo e fama. Ed erano richiami forti che facevano battere il cuore e scoppiare il cervello. E che donne poi. Le più belle della terra; “e di classe soprattutto non come le zoticone di qui” continuavano a dire al telefono. Qualcuno la strada la perse con l’arrivo, dal continente, dell’eroina; pochi per fortuna, ma sempre troppi da ricordare. Qualcun altro prese la strada delle armi, si arruolò e andò a morire da qualche parte nel mondo, o, se ancora vivo, se ne rimane a morire dentro altrove, perché certo è una stronzata dichiarare eterna fedeltà a un idea, ma capovolgerla sottosopra nel giro di pochi anni è altrettanto da stronzi. Continua a leggere »
In cerca di redenzione
Ma che è successo?
Distrutto perso steso lungo la vita
ma poi qualcosa
un’apparizione forse
uno sguardo verde come la natura
selvaggia nuova perfetta
riprendersi le redini
riprendersi le emozioni
voglia di andare avanti
riprendersi
ho sorriso davvero?
L’uomo che perde il senso lo ritrova nell’attimo di uno sguardo
poi lei
laggiù in fondo a quella stanza
sola come il primo sole dopo una tempesta di anni
asciugarsi dalla disgrazia capitombolo
dimmi dove io ci sarò
ci sarò
mille e cento volte
ma dimmi
una zattera in un mare che affoga
nuova voglia e nuova linfa.
senza titolo
Questione di momenti
che passano per poi ritornare
ho voglia che il mondo mi abbracci
per farmi ripartire
ma quanto costa il mondo che vorremmo
ma quanto costa questo nostro avvenire
che poi ci stringe per poi violentarci
per farci smarrire
abbiamo avuto molte gioie in questo tempo
cose fatte e sbriciolate come grano
quei momenti che non potrò mai maledire
siamo stati ovviamente troppo onesti
siamo stati coinvolti dall’avvenire
abbiamo abusato di noi stessi
per poi ritrovarci scottati
ma ora che tanto è andato
anche se il futuro potrà essere ancora nostro
cosa è rimasto se non violenza
ed eternità vissuta
ora siamo nel momento adatto
ora siamo più vicini e meglio organizzati
tanto da sapere ormai come agire
e la libertà è solo poca cosa
se non possiamo condividerla
per raggiungere la perfetta armonia
che è poi nel nostro spirito
e nello spirito di tutto e di ogni cosa
noi ci stiamo perdendo
ma forse solo per poi ritrovarci
nel sogno di una cosa.
Oggi, 25 aprile, Festa di Liberazione
Oggi, 25 aprile. Festa di Liberazione. Nei ricordi di bambino i ricordi dei vecchi, dei miei nonni, di cosa fu quel periodo. La fame, la paura della morte, di non ritornare a vedere amici, parenti, amori.
Oggi, 25 aprile, la festa più importante, perché nostra, perché fondante, perché fondata su un moto nostro, terribilmente nostro, la voglia di essere liberi, di gettare nel dimenticatoio un passato nero, un aborto ideologico, una fine. Un nuovo inizio e poco importa se poi si è risolto tutto in una corruzione di intenti e di soldi, se siamo stati abusati per cinquant’anni da mangiaparticole buoni solo a portare in cascina il possibile, se poi abbiamo vissuto un ventennio di follia che ha cancellato tanto, che ci ha fatto sprofondare in una rovina dalla quale non si vede luce o futuro. Non importa. Oggi, 25 aprile va in scena una rinascita, non di buoni o di giusti, perché il marcio c’era anche in loro, ma di giustizia contro qualcosa di inumano, contro qualcosa che non ci dovrebbe essere più, ma persiste e lotta comunque, che voleva escludere questa festa. Ma oggi, 25 aprile, festa è ancora. Resiste per resistere. Perché oggi, 25 aprile, va in scena la Liberazione.
Era buio
le cinque
fame sete e freddo
passi
i fucili pronti
la divisa
quella sbagliata
oppressori
infami in uniforme
uno di meno
ora di nuovo il freddo
di nuovo la fame e la sete
il ricordo di lei al paese
il suo volto d’angelo
ora gli alberi invece
e quel vecchio tabaccoso affianco
ma la libertà da guadagnare
da conquistare
per tutti non più per pochi
faremo un mondo bellissimo
si asciuga le lacrime con un fazzoletto rosso
faremo un mondo bellissimo
ma c’è ancora freddo
fame e sete
c’è ancora da combattere.
Abbiamo perso
C’abbiamo provato
questo è certo
ma non ce l’abbiamo fatta
è mancato qualcosa
qualcosa
questo è altrettanto certo
forse la convinzione che eravamo nel giusto
qualcosa
è rimasto solo un grosso rimpianto
l’intelaiatura di un’illusione
ali di gabbiano ormai incapaci anche soltanto del tentativo remoto di un volo
ci è rimasto in mano un grosso vuoto qualcosa di incolmabile cenere di cenere
ma non è poi detto che ci abbiamo davvero provato
forse è stata una fulgente illusione
qualcosa di cui parlare e basta
non è poi detto nemmeno che il tentativo l’abbiamo davvero pianificato
le parole a volte sono ingannevoli
sono fatte per volare
per immaginare
per capirci
ma capirci è cosa lunga e piena di equivoci
ci vuole costanza e tenacia
voglia
la volontà è passione
tutte cose che non abbiamo mai provato
che non abbiamo forse mai pensato possibile o solo auspicabile
in realtà abbiamo perduto anche l’idea del cambiamento
perché l’agio e il benessere ci hanno cullato fino a riportarci ad una situazione larvale
e quanto bene si sta al caldo
questo ci coccola e ci vizia e noi ci lasciamo e ci siamo lasciati cullare e viziare
il tempo ci ha resi pantofolai
ci ha spinto di nuovo in un grembo e noi del liquido amniotico non ci siamo ancora lavati
cosa abbiamo fatto
me lo chiedo e ancora lo faccio
ma le mie domande sono vento che tremulo appare e scompare e cambiando direzione diventa mansueto e accogliente
non ci resta che ritornare a dormire
come sempre abbiamo fatto
ancora
ancora una volta
perché la notte ormai è inoltrata
il nostro fisico fiacco
il sogno iniziato è già finito
la bocca piena di gusto materno
buona notte allora
e sogni d’oro
e che gli incubi non arrivino
una volta risvegliati.



